Attention! Trois, deux, un…
Dal primo agosto, e speriamo ancora per poco, chi sbarca a Malpensa in arrivo da Valencia può trovare al gate un agente della polizia di frontiera che gli chiede i documenti. Controlli mirati e selettivi, riservati ai cittadini di Paesi terzi: per noi europei, assicurano, non cambia nulla. Durano un mese, salvo proroga. Il motivo è Ceuta, cioè le decine di migliaia di persone che il 30 luglio si sono riversate dentro l’enclave spagnola in Africa.
Qualche settimana fa avevo scritto qui della Spagna campione del mondo, di Ferran Torres che al 106′ decide una finale che non voleva decidersi, e soprattutto del mio legame profondo con quella terra e con quel popolo. Diciassette giorni dopo, tra l’Italia e i miei fratelli spagnoli c’è una frontiera. Sospesa, temporanea, quasi simbolica, dicono. Appunto: simbolica.
Sono, come molti della mia leva, un prodotto di quella che qualcuno chiama – a volte con un filo di scherno – la generazione Erasmus. Ho conosciuto la Chrissi, che è austriaca, in Svezia. I miei figli sono bilingui e considerano l’Europa la loro patria, non un’opzione tra le altre. Gli amici sono sparsi un po’ ovunque nell’Unione, Gran Bretagna compresa, che da questa storia si è tirata fuori da sola con grande dolore mio e di parecchi altri. Insomma, l’Europa senza frontiere interne non è per me una posizione politica o un’idea astratta: è biografia.
Sia chiaro, l’emergenza è vera e chi governa deve pur rispondere: decine di migliaia di persone che premono su un confine non sono un dettaglio da liquidare con una battuta, e il codice frontiere Schengen la possibilità di reintrodurre i controlli la prevede eccome. Ma è proprio qui che il ragionamento si inceppa. Ceuta, per cominciare, nello spazio Schengen non c’è mai stata. La quasi totalità di quelle persone è già tornata in Marocco senza mettere piede nella Spagna continentale. Secondo Frontex la frontiera spagnola è tra le meno permeabili dell’Unione. E martedì, alla riunione straordinaria dei ministri dell’Interno, gli Stati membri hanno espresso alla Spagna una solidarietà unanime. Unanime, appunto. Noi, nel frattempo, avevamo già chiuso, incassato la convocazione del nostro ambasciatore a Madrid e trasformato una crisi altrui in una crisi diplomatica nostra.
Eppure quello che fa più male non è nemmeno la misura, che in pratica cambierà pochissimo (qualche coda ai gate, i sindacati di polizia che segnalano di non avere il personale, i voli che partono lo stesso). È la direzione. Perché la nostra generazione un sogno l’ha coltivato davvero, e lo ha anche visto incrinarsi: il sogno di un’Europa che fosse un solo popolo, dove le differenze di lingua, di cultura, di religione valessero come ricchezza e le frontiere interne come ricordo di famiglia, quelle cose che raccontano i nonni mostrandoti la moneta da cento lire. Adesso quel sogno lo si incrina un mese di controlli alla volta, con un cinismo che specula sulle paure dei più fragili e con una miopia sconcertante rispetto all’unico futuro possibile per le nostre terre. Che poi è il futuro dei nostri figli, non un’astrazione.
E allora? Allora continuo a sperare, ostinatamente, che questa stagione buia finisca prima o poi, e che l’Europa torni a essere l’orizzonte naturale dei nostri desideri e delle nostre ambizioni. Non per fede: per aritmetica: da soli, in questo mondo, contiamo quanto il due di picche. E per naturale fratellanza.
Chissà…

Intanto mi è tornato in mente Giochi senza frontiere, il programma che prima Charles de Gaulle e poi l’Europa si erano inventatati quando l’Europa ancora non c’era: una città diversa a ogni puntata, i costumi giganteschi, le piste insaponate, e due arbitri svizzeri (Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi, rigorosamente neutrali) che davano il via in francese, attention, trois, deux, un, e poi il fischietto. C’era anche il jolly, la carta che raddoppiava il punteggio e che regolarmente si finiva per buttare nel gioco sbagliato.
Ecco, per trent’anni ci siamo divertiti con un titolo che era già un programma politico. Adesso le frontiere le abbiamo rimesse, i costumi ridicoli non li abbiamo purtroppo dismessi, e il jolly continuiamo a giocarcelo nel gioco sbagliato.