Benvenuto

Non so cosa ti abbia portato qui, e ancora meno riesco a immaginarmi cosa ti spinga a rimanere, ma se mi stai leggendo lascia che ti dia il mio più caloroso benvenuto e anche qualche breve indicazione pratica. Questo blog è un piccolo deposito dei vari pezzi di me, coltivato con intenti principalmente auto-terapeutici, nella speranza che raccontarmi mi tenga insieme.
Puoi trovare i miei pensieri in forma di piccoli testi (che in certi periodi ho pubblicato con ambiziosa regolarità ma che sono per lo più episodiche riflessioni derivanti dagli accadimenti spesso prosaici della mia vita), ma anche scritti un po’ più seriosi sulla casa, sull’architettura e sulla città, frutto della mia discontinua attività di ricerca para-accademica. Puoi trovare le playlist che costruisco e poi ascolto e alcune ricette di piatti che amo. Puoi anche trovare alcune delle fotografie che scatto con il telefono, raccolte in un progetto che io chiamo Urbagrammi, e una strampalata raccolta di micro-conversazioni con mio figlio.

Puoi esplorare questi variegati contenuti risalendo la linea del tempo di pubblicazione, nell’uso appunto dei blog, oppure selezionarli per tipologia o per tematiche, o ancora provare a fare delle ricerche. […]

La vertigine della lista

Mi piace contare le cose. E mi piace elencarle. Non in senso maniacale, né tantomeno per tenerne un inventario accurato o potermene vantare con qualcuno (chi mai dovrebbe essere impressionato dal numero di camicie a righine presenti in un armadio?). Mi piace proprio il gesto dell’elencare, l’elenco come esercizio rassicurante. Le camicie, appese tutte uguali, […]

Piccoli ospiti

Per alcune estati, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, ospitammo, nella casa vacanze che la mia famiglia gestiva nelle Prealpi Bergamasche, molti bambini e bambine e ragazzi e ragazze seguiti dai servizi sociali. La cosa, nata per caso, era cresciuta negli anni: gli assistenti sociali, probabilmente, trovavano preziosa l’opportunità di concedere ai ragazzi qualche settimana di vacanza dall’essere “speciali”. Per quella ventina di giorni erano solo bambini e bambine tra altri bambini, ragazzi e ragazze tra altri ragazzi. Stesse partite di pallone, stesse ginocchia sbucciate, stesse chiacchiere nel Prato, stesse cotte in discoteca, stesso risotto giallo della Pierina.

Per me, prima ragazzino e poi giovanissimo adulto cresciuto nella bambagia di una solida famiglia progressista della piccola borghesia milanese, frequentare quei ragazzi e quelle ragazze fu una straordinaria occasione di scoperta. Ma quello che, più di tutto, tutti noi imparammo è quanto sia difficile comprendere dall’esterno le complesse situazioni che a volte si creano, quanto sia sbagliato giudicare frettolosamente e sommariamente le difficili scelte che deve prendere chi è incaricato di aiutare.

Per questo trovo terribile e doloroso assistere alla polemica sommaria e faziosa che si è sviluppata sui giornali e sui social intorno alla vicenda della famiglia di Palmoli. Forse ancora di più oggi, nell’era informazione globale e dell’impossibile oblio, dovremmo tutti riflettere sul confine delicato e critico tra sacrosanto diritto all’informazione (e quello più discutibile al voler sempre e comunque dichiarare al mondo la propria opinione) e il non meno importante rispetto per le vite degli altri, soprattutto dei più fragili.

The friendliest place on earth

Se Parigi è stata, nel XIX secolo, la città che ha modellato l’immaginario della modernità europea — la capitale dei boulevard, delle rivoluzioni, della vita pubblica come teatro — New York è stata la città del XX secolo per eccellenza. La città verticale, finanziaria, migrante, tecnologica; la città della mescolanza e del conflitto, del sogno e della disuguaglianza. La città dove le forme della vita urbana si sono reinventate più volte, spesso prima che altrove. Per questo l’elezione di un nuovo sindaco a New York non è solo un fatto amministrativo. È un cambiamento che parla al mondo.

Il PRG è della Città

Pubblicato su Il Corriere della Sera Torino di martedì 21 ottobre 2025. Che a Torino si torni a discutere di urbanistica e di futuro della città è una buona notizia. Critiche, proposte e contributi sono preziosi in questa fase e vanno ascoltati con particolare attenzione, perché non possono che arricchire il Piano che stiamo finalizzando. […]

Disegnare oggi la Torino del futuro

Qualche giorno fa abbiamo presentato le linee fondamentali del nuovo Piano Regolatore Generale di Torino, a cui stiamo lavorando fin dall’inizio di questo mandato e che entro l’anno approveremo in Giunta, per poi portarlo all’esame del Consiglio Comunale. L’incontro si è tenuto nell’aula magna del Campus dell’ESCP Business School, dove siamo stati accolti da Alberta […]

Il maestro Miyagi e Daniel-San

Oggi ho attraversato di nuovo piazza Leonardo da Vinci. Settimana scorsa è iniziato l’anno accademico, e con lui il mio Laboratorio di progettazione. Sono passati trentadue anni da quando, nella stessa piazza, lessi sul tabellone l’esito del test di ammissione a Architettura. Da allora non ho mai smesso di frequentare il Politecnico: prima da studente, […]

Un pettirosso farà primavera?

Non credo di essere persona particolarmente vanitosa, ma ho le mie debolezze: una di queste è pregiarmi di essere un accanito lettore e un non meno accanito accumulatore di libri. Più o meno fondata che fosse in origine questa vanteria, oggi sarebbe certamente impropria, giacché negli ultimi tempi il mio ritmo di lettura è calato […]

Map of a Blue City

Marc Ribot è, credo, il mio chitarrista preferito. […] Ma il chitarrista preferito non è il più bravo, o il più rilevante, o quello che in un certo periodo hai ascoltato più ossessivamente: è qualcosa di diverso. È quello che quando suona fa vibrare le corde della tua anima, come Metheny faceva con il secondo layer della sua Pikasso. È quello che ti fa venire la pelle d’oca – o, meglio ancora, ti fa accapponare la pelle (che espressione magnifica, che ti trasforma in un ex-pennuto spennato, appeso per i piedi e pronto per essere cucinato) come l’Orgasmatron, che tu lo voglia intendere come il massaggiatore da cuoio capelluto che vendono gli ambulanti per le strade o come la letale arma di Barbarella. È quello che ti afferra il cuore e te lo strappa dal petto, come Mola Ram nei sotterranei del palazzo di Pankot.

Sospesi a due stelle nel cielo

Ripensando alla musica che ascoltavo quando avevo 16 anni, non mi è facile ricostruire per quale ragione fossi andato a vedere il concerto di Lucio Dalla al Forum di Assago nell’aprile del 1991. Intendiamoci: Lucio Dalla era un genio, alcune sue canzoni sono degli autentici capolavori e oggi, ancor più che ieri, sono certo del […]

Apocalittici, integrati e barlafüss

Sarà per il mio inguaribile ottimismo, ma, sul tema dell’Intelligenza Artificiale, se proprio dovessi scegliere – seguendo la celebre distinzione di Umberto Eco – mi considererei senza dubbio tra gli integrati. Credo che l’AI, pur con tutti i suoi rischi e dilemmi, offra straordinarie opportunità per ripensare cultura, conoscenza, persino umanità. Purché sia accompagnata – e possibilmente guidata – da quella naturale, di intelligenza.

Però, vorrei chiedervi: anche i vostri social si stanno popolando di quei post apparentemente edificanti e pseudoculturali, accompagnati da immagini generate dall’AI che sembrano uscite da un manuale di geografia scritto a cottimo da un algoritmo confuso e svogliato? Immagini in cui la pentagonale Mole Vanvitelliana di Ancona guadagna un sesto lato, perché un angolo in più non si nega a nessuno, in cui la meravigliosa installazione The Floating Piers di Christo e Jeanne-Claude sul Lago d’Iseo si trasforma in una passerella sconclusionata giallo canarino e un borgo coraggioso delle Alpi occidentali viene deliziosamente adagiato su fondali dolomitici degni di una pubblicità del latte degli anni Ottanta?

Qualcuno, forse eccessivamente integrato, potrebbe dire che è il prezzo dell’innovazione. Ma qui non si tratta di sbavature pionieristiche: è pura sciatteria. Ed è un peccato, perché lo strumento è potente, ma – come tutte le cose potenti – richiede discernimento, competenza e un minimo di rispetto per ciò che si rappresenta.

Altrimenti l’AI non eleva: semplifica, deforma, banalizza. E no, non è colpa dell’arrivo dell’intelligenza artificiale. È colpa della dipartita di quella naturale.

La casetta in Canadà

Nei giorni di Pasqua sono stato in Canada per visitare mia figlia, che da otto mesi vive lì. Pur nella brevissima durata e inevitabile superficialità della visita, è un paese che mi ha colpito profondamente. Si percepiscono chiaramente gli esiti di una lunga stagione di governo del Partito Liberale, con una linea politica che – […]

Lo zaino dell’assessore

È tutto pronto. Dopo mesi di lavoro, possiamo finalmente condividerlo. “Lo Zaino dell’Assessore” non è solo un film. È un racconto politico e umano. È Torino vista attraverso il filtro del sogno, della fatica e della speranza. Con la regia di Luca Guadagnino e la sceneggiatura di Charlie Kaufman, la fotografia di Darius Khondji e […]

Basta baggianate

È forse fin troppo facile, qui sui social, compiangere, ricordare, celebrare. Né lui, credo, avrebbe apprezzato troppo. Devo però ammettere che un poco dà sollievo essere insieme qui e condividere un pensiero… quindi – un po’ egoisticamente – lo farò.Pierluigi Nicolin – anche se incontrato tardi, anche se ci sono persone che hanno condiviso con […]

Sinnerman

Ho scoperto tardivamente Sherlock, la bellissima serie televisiva della BBC liberamente tratta dalle opere di Sir Arthur Conan Doyle, creata da Steven Moffat e Mark Gatiss, scritta con grande perizia e soprattutto meravigliosamente interpretata da Benedict Cumberbatch (Sherlock Holmes) e Martin Freeman (John Watson). Forse la fotografia sconta un po’ il budget televisivo (siamo molto lontani, per intenderci, da cose alla Peaky Blinders), ma la scelta delle musiche è sempre molto bella. Ieri sera, guardando l’ultima puntata della prima stagione, mi sono imbattuto nella Sinnerman di Nina Simone, e mi è venuta voglia di costruirci intorno una playlist… eccola qui.

Più Pete per tutti

Ieri sera io e la Chrissi siamo andati a vedere il bellissimo A Complete Unknown, il bio-pic musicale di James Mangold dedicato alla prima parte della carriera di Bob Dylan, dagli esordi allo scandalo della sua partecipazione elettrica al Newport Folk Festival. Il film ci è piaciuto molto e io, devo confessare – ma con la senilità mi succede sempre più spesso – mi sono commosso in più di un passaggio.

I miei primi Cinquant’anni

Ieri sera in quel di BEMaa abbiamo fatto una piccola festicciola per i miei cinquant’anni. Sono passati tanti amici e mi sono sentito davvero molto fortunato. Se il Negroamaro Rosato della cantina (naturalmente cooperativa) Vecchia Torre non fosse di così facile beva, se non avessi avuto sulle spalle tre giorni in Langa con gli amici […]

Il Marzio, la Rolleicord e la Valle Imagna

Verso la fine degli anni Sessanta, non so bene l’anno preciso, mio padre Marzio ha comprato una Rolleicord Vb. Questa fotocamera medio formato, prodotta dalla compagnia tedesca Franke & Heidecke (nota come Rollei), era la versione entry level della più blasonata Rolleiflex TLR usata da molti fotografi famosi.

Come la sorella maggiore, era una macchina fotografica bi-ottica, era cioè dotata di due obiettivi: uno dei due obiettivi era utilizzato per scattare la foto, mentre l’altro serviva per la messa a fuoco e la composizione dell’immagine nel caratteristico mirino a pozzetto, dove ti toccava inquadrare vedendo il mondo al contrario (passi per il sotto-sopra, ma il destra-sinistra era veramente un casino). Utilizzava pellicole formato 120, con cui produceva immagini quadrate con negativo 6 x 6 cm. La messa a fuoco era naturalmente manuale, e lo era anche la regolazione di tempo e diaframma, che dovevi calcolare dopo aver misurato la luce con un esposimetro esterno.

Fare le foto era quindi un processo abbastanza macchinoso, ma – grazie alle ottime ottiche e al gigantesco negativo – i risultati erano di grande soddisfazione.

Molti anni dopo durante la mia adolescenza, al netto dei non sempre facili rapporti padre-figlio in quella stagione della vita, con questa macchina ho imparato da lui il poco che so di fotografia: forse per questo oggi che da amatore scatto tantissime foto – anche se soprattutto con il telefono – sono affezionato alle inquadrature molto composte e, soprattutto, al formato quadrato.

Non credo Marzio avesse vere ambizioni da fotografo, e infatti non lo diventò (a differenza di suo cugino Marco, che scatta ancora oggi foto meravigliose). D’altronde non diventò nemmeno architetto, a discapito dei suoi studi, ed ebbe invece una lunga e soddisfacente carriera da fedele civil servant, prima in Regione Lombardia e poi in una in house (come si direbbe oggi).

Mio padre non c’è più, ci ha lasciato ormai cinque anni fa, davvero troppo presto. Frugando tra le sue cose, in cerca di tutt’altro, ho trovato un consistente archivio di foto, in parte già digitalizzate da lui, e comunque tutte molto ordinate. Sono soprattutto fotografie della sua amata Valle Imagna: architettura vernacolare, attrezzi, qualche persona. E poi qualche rara foto degli affetti più cari e qualche ancor più raro esperimento artisticheggiante.

Ho pensato valesse la pena raccogliere queste foto e condividerle, vedi mai qualcuno fosse interessato… lo farò su questo account Instagram, magari segnalandovi di quando in quando anche qui su Facebook quello che ho caricato.

Effetto Kappa

È difficile dire quali siano le regioni alla base del successo di un evento come il Kappa Futur Festival. Ci sono elementi che affondano la loro origine in dinamiche specifiche della scena musicale, nella qualità dell’organizzazione, nella capacità di costruire le giuste line-up. Ma anche nelle mode, nei grandi trend mondiali e magari in un […]

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