Quando eravamo ragazzini, alla fine degli anni ottanta, avevamo gusti strani. Ascoltavamo tantissima musica, e un bel po’ (malamente) la suonavamo pure. Di tutto: rock, blues, jazz, cantautori. Ma eravamo impregnati di uno snobismo sbilenco e inconsapevole: ascoltavamo di tutto, purché non lo ascoltassero gli altri — quantomeno i nostri pari. Un’inconsapevolezza che ci portava a suonare Paolo Conte e The Alan Parsons Project sul palco delle feste liceali, incastrati tra una band metal e una hard rock. Rischiando, probabilmente, la vita.
Proprio in quegli anni esplose il fenomeno Jovanotti. Per noi, il ragazzo di Radio Deejay con il cappellino e la esse liquida era il nemico pubblico numero uno. Lo odiavamo di un odio puro, ideologico e stupido: canzonavamo i suoi fan, e in classe avevamo perfino appeso un bersaglio per le freccette con la sua effigie. Ah, il massimalismo ormonale dei sedici anni.
Crescendo, i miei (nostri) gusti si sono ampliati parecchio. Non cambiati — quello che ascoltavamo allora lo ascolto ancora — ma allargati fino ad abbracciare anche ciò che allora odiavamo. Perfino Jovanotti.
Anzi, Lorenzo fu uno dei primi riabilitati. Ricordo che il CD di Lorenzo 1990-1995 dimorava stabilmente nello stereo della nostra casa in Plaza de la Rinconada, a Valladolid, con grande scorno della nostra coinquilina integralista grunge.

In quell’album ci sono solo due inediti: il riuscitissimo Ombelico del mondo e un gioiellino nascosto, Marco Polo. Un testo bello, malinconico, lontano tanto dallo Jovanotti scanzonato delle prime stagioni quanto da quello mondialista che l’Ombelico annunciava. Non mi pare abbia avuto un gran successo, ma resta uno dei miei preferiti, tra i suoi.
La fine di agosto è un periodo dell’anno che mi rende sempre scioglievolmente melenso. Perfino alla fine di estati come questa — e non è la prima — in cui la passione irrefrenabile per le sfide impossibili mi lascia poche vacanze, o nessuna. Non so quanti post ho scritto sul sapore dolceamaro dei primi giorni di settembre, sulle ragazze che tornano dal mare e cercano le ultime scuse per esibire le loro meravigliose schiene abbronzate, sul senso di re-inizio che fa sembrare tutto possibile (questo qui, per esempio).
E stamattina, qui sul Frecciarossa, pensando a tutte le fortune che la vita mi ha regalato in queste cinquanta e passa estati che ho sulle spalle — perché il problema è che se l’estate sta finendo e un anno se ne va, sto diventando grande e lo sai che non mi va — e a tutte le persone meravigliose che mi ha fatto incontrare quale colonna sonora migliore di Marco Polo, con la sua litania laica, agosto dopo agosto dopo agosto?
E allora, buon inizio anno a tutti.