Bogianen in trasferta

In quattro anni a Torino non ho ancora conosciuto nessuno che, prima o poi, non mi abbia raccontato la storia dei «bogia nen». La sanno tutti, la raccontano con un orgoglio commosso, e — dettaglio non secondario — la riferiscono a se stessi: a Milano, da dove vengo, quel soprannome non l’avevo mai sentito. È una storia del 19 luglio 1747, sul colle dell’Assietta. Pochi battaglioni piemontesi, dietro muretti a secco, contro un esercito francese molte volte più numeroso. A un certo punto arriva l’ordine di ritirata; un ufficiale disobbedisce — «Nojàutri i bogioma nen da sì», noi da qui non ci muoviamo — e quella posizione, tenuta contro ogni calcolo, diventa una vittoria. Da lì il nome: bogia nen, quelli che non si muovono. Confesso sentimenti contrastanti: da un lato l’ammirazione per la fermezza, per una città solida, che sa tenere il punto, dall’altro il timore che il «non muoversi» diventi una virtù di troppo, che la fermezza scivoli nell’immobilità, e l’orgoglio diventi una scusa per non cambiare. È la tensione con cui lavoro ogni giorno.

I giorni scorsi sono stato a Harvard per una settimana di formazione intensiva che ho avuto la fortuna e il privilegio di poter frequentare, all’interno di un più ampio corso che mi ha impegnato negli ultimi mesi. E qui concedetemi un po’ di sentimentalismo, da ragazzo cresciuto con il mito delle grandi scuole statunitensi e della cultura democratica che oggi, purtroppo, sembra sprofondata in una terribile crisi: la Harvard Kennedy School, o John F. Kennedy School of Government, è la scuola scuola di specializzazione interdisciplinare per scienze politiche, economia politica e politica pubblica dell’Università di Harvard. Fondata nel 1936, e dal 1966 ribattezzata in onore del presidente John F. Kennedy assassinato tre anni prima, è uno dei posti al mondo dove si studia con più serietà come funziona la cosa pubblica. E su un tema in particolare, tra gli altri, Harvard è la casa madre: la negoziazione. È qui che, più di quarant’anni fa, nascono l’Harvard Negotiation Project di Roger Fisher e William Ury e l’idea — poi diventata «Getting to Yes» — che dietro ogni posizione ci siano interessi, e che non si tratti sulle posizioni ma sugli interessi.

A guidarci c’erano alcuni dei protagonisti di oggi di quel mondo. Brian Mandell insegna negoziazione alla Kennedy School da trent’anni e ha fondato il laboratorio della scuola dedicato a questo campo: ha la fama di chi sa rendere semplici le cose complicate. Rob Wilkinson, senior lecturer di politiche pubbliche e leadership, lavora da decenni con governi e grandi organizzazioni in mezzo mondo, dalle Nazioni Unite alla Casa Bianca. Monica Giannone la negoziazione a Harvard l’ha prima studiata da allieva e oggi dirige quello stesso laboratorio, collaborando con fondazioni, ONG, istituzioni governative e cleinti privati. Il corso si chiama Negotiation for City Leaders ed è il programma della Bloomberg Harvard City Leadership Initiative, al Bloomberg Center for Cities at Harvard University, con il sostegno di Bloomberg Philanthropies. Ci si entra su invito. Torino c’era insieme a altre ventitré città da tutto il mondo, settantadue tra amministratori e dirigenti, ciascuno arrivato con una sfida vera, in corso, da portare a casa. Non esercizi: problemi reali.

ph. courtesy of the Bloomberg Center for Cities at Harvard University

La sfida dell’Amministrazione del Comune di Torino guidato dal Sindaco Stefano Lo Russo era l’attuazione del nuovo Piano Regolatore: le linee guida che governano la rigenerazione delle grandi aree dismesse, e il meccanismo, delicato, con cui chi trasforma contribuisce alla città. In Italia lo chiamiamo perequazione; ed è proprio la parola su cui, nel dibattito pubblico, si appunta il sospetto — che negoziare voglia dire svendere. Ho imparato che è vero il contrario. Fatta come disciplina, la negoziazione non è cedere pezzi di città al miglior offerente: è ricomporre interessi che, lasciati a sé, si farebbero la guerra, per ottenere obiettivi pubblici che nessuna delle parti, da sola, raggiungerebbe — case a prezzi accessibili, meno consumo di suolo, spazio pubblico di qualità. Chi amministra non negozia per sé: lo fa per conto degli abitanti. E la lezione che, da urbanista prima ancora che da amministratore, mi ha colpito di più è quanto un negoziato sia cosa diversa dalla trattativa: non una discussione intorno a singoli valori, ma la costruzione un tavolo di confronto, la condivisione di obiettivi, la definizione delle migliori alternative, la creazione di valore. È esattamente ciò che un piano dovrebbe essere — non un decreto calato dall’alto, ma la costruzione delle condizioni perché interessi diversi trovino una forma comune.

La cosa che conta, però, non è tanto che ci siamo andati noi tre — io, Valentina Campana ed Elisabetta Boursier. È che ci è andata Torino. Amministratori e dirigenti non vanno a una scuola così per il gusto di esserci: lo fanno per permettere alla città di attrezzarsi, perché possa imparare a chiudere le partite che ha già aperto e a far funzionare meglio i suoi uffici. È una partecipazione che non appartiene a chi parte, ma alla città — e agli abitanti, che da quelle partite aspettano case, spazi, servizi. Misurarsi con ventitré città del mondo su accordi che cambiano i luoghi è ciò di cui una città che vuole rompere la propria inerzia ha bisogno. E l’abbiamo fatto restando padroni del nostro: siamo tornati con strumenti, non con istruzioni. Le scelte si fanno qui.

ph. courtesy of the Bloomberg Center for Cities at Harvard University

Torno alla parola da cui sono partito. In una trattativa la prima cosa che impari è che alle posizioni non bisogna restare aggrappati: è lì che ci si blocca, ed è muovendosi che si ottiene. Eppure qualche posizione — poche — va tenuta fino in fondo: quelle che riguardano il bene comune. Il suolo che non si consuma più. La casa per chi non se la può permettere. La qualità di uno spazio che è di tutti. Forse «bogia nen», oggi, vuol dire questo. Non l’immobilità di chi non si muove per paura del nuovo, ma la fermezza di chi sa su cosa non arretrare — e proprio per questo può muoversi, su tutto il resto. Quei soldati, nel 1747, una posizione la tennero perché valeva la pena. Il mestiere, adesso, è scegliere bene quali.

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