Dopo aver studiato architettura, mio padre ha fatto l’architetto per pochissimi anni. Non era tagliato per la libera professione, e in quei pochissimi anni aveva peraltro già fatto più urbanistica che progettazione. Poi, nel 1973, è entrato nella nascente Regione Lombardia, e da lì in avanti ha sempre lavorato per il pubblico: prima in Regione, poi in quella che oggi chiameremmo una in house, Lombardia Informatica. La strada che ha portato un architetto a occuparsi di informatizzazione è passata dalla pianificazione e dalla cartografia, perché la cartografia è stata uno dei primissimi terreni su cui si sono affacciate le nuove tecnologie. Ricordo ancora l’ufficio al ventisettesimo piano del Pirellone, dove una fila di workstation che sembravano una piccola galleria di freaks serviva a fare esperimenti, e dove un plotter a penna era capace di disegnare la Lombardia costruendola confine comunale dopo confine comunale. Allora sembrava un miracolo.
Avevamo caratteri molto diversi, io Babbo, eppure qualche punto in comune ce l’avevamo — ho provato a raccontarlo qui. Innanzitutto l’architettura, che ho ereditato intatta perché nel suo caso non era stata nemmeno scalfita dalle difficoltà e dalle delusioni che la professione si porta dietro. L’urbanistica, rimasta a lungo silente dentro di me e oggi protagonista delle mie giornate. E l’impegno civile e politico, anche quello ereditato da lui, che però lo praticava con l’understatement che lo caratterizzava.
Ma la passione più grande che abbiamo sempre avuto in comune, credo, è quella per le carte e per le fotografie aeree.
È una delle attività più rilassanti che conosca, e mi ha salvato da parecchi momenti di tensione: scorrere il mondo su Google Earth, esplorare i luoghi, cercare mappe. Ricordando ogni volta lo stupore autentico e gioioso con cui mio padre ha visto arrivare, negli ultimi anni, tecnologie che rendevano donchisciotteschi tutti gli sforzi dei decenni precedenti.
E dunque, quando devo riprendermi da una riunione particolarmente difficile o da un impegno particolarmente gravoso, vago per il globo terracqueo a cercare posti speciali. E siccome, nonostante la mia leggendaria pigrizia, finisco sempre con l’inguaiarmi a lavorare troppo, quasi sempre cerco posti per immaginare vacanze.
È così che ho scoperto, tra le altre cose, quel pezzo di costa toscana che va da Follonica fino a Piombino (costa che avrei dovuto conoscere, visto i nostri trascorsi a Marina di Bibbona, di cui non ricordo se vi ho detto) , e in particolare il Parco di Rimigliano.

Ci sono venuto in vacanza la prima volta nel 2020, l’estate del Covid, dopo una settimana ospiti della bellissima casa nel Chianti di amici generosi. Soggiornammo una settimana alla Locanda Oceano Mare, che è diventata subito luogo del cuore e dove siamo tornati più volte: posto spartano e sincero, un ristorante eccellente, grandi camere con la pala al soffitto a due passi dal mare.
Nonostante il mestiere, e nonostante le passioni di cui sopra, per anni ho accolto la particolarità di questa costa — parchi importanti, spiagge in larga parte libere — come un caso. Una fortuita coincidenza di cui approfittare. Poi, quest’estate, correndo dentro il parco, mannaggia alle mie perversioni, mi sono chiesto che cosa avesse reso possibile il miracolo.
Perché miracolo non è. È il contrario esatto di un miracolo: sono cinquant’anni di piani, di acquisti e di gestione pubblica. E la storia, a grandi linee, è questa.
All’inizio degli anni Settanta, quando San Vincenzo era già avviata a diventare una località balneare come tante, il Comune adotta un piano regolatore che fa una scelta controcorrente: il paese cresce compatto, e la costa a sud resta una grande pausa. Pineta, duna, spiaggia libera, campagna dietro. Niente lungomare continuo di stabilimenti e seconde case. Sindaci comunisti e socialisti, come quasi tutti da quelle parti allora, e urbanisti di riformisti e di sinistra: il piano nasce dentro la stagione dei piani coordinati della costa livornese, quella di Insolera, di Gazzola, di Melograni, di una cultura riformista che ragionava per territori e non per confini comunali.
Il bello è che quella scelta non resta sulla carta. Nel 1973 apre il primo pezzo di parco, una ventina di ettari. Cinque anni dopo, con un altro sindaco, il Comune lo amplia di quasi cento. E da lì in avanti, per decenni, un pezzo alla volta — acquisti, accordi, la chiusura di un lungo contenzioso con la famiglia Della Gherardesca — quasi tutta la fascia a mare passa nelle mani pubbliche. La tutela urbanistica diventa politica patrimoniale: non solo impedire di costruire, ma costruire un bene pubblico. Che è una cosa molto più difficile e molto più lenta.
Qui devo confessare una piccola coincidenza che mi ha colpito. Carlo Melograni, che coordinò i piani della Val di Cornia negli anni Ottanta, è lo stesso Melograni che vent’anni dopo, ormai anzianissimo, presiedette la prima giuria del Premio Ugo Rivolta per il social housing, quello che all’Ordine di Milano ho seguito per anni. L’uomo di Progettare per chi va in tram aveva progettato, senza che lo sapessi, anche il posto dove vado in spiaggia. Sono cose che ti fanno fermare un attimo. Poi ho ripreso a correre, che sennò il passo va a farsi benedire.
Non che sia una storia lineare, sia chiaro. A monte della strada c’è la Tenuta, cinquecento ettari privati, e lì la vicenda è stata molto più tortuosa: aperture a trasformazioni turistiche importanti, poi ripensamenti, riduzioni, qualche accidente della storia economica che ha fatto la sua parte. Ma è un’altra storia, e non è quella dentro cui corro. Sul lato del mare, tra la Principessa e la spiaggia, la scelta del 1970 ha tenuto per cinquant’anni, e ha tenuto in un solo verso: sempre più pubblica, sempre meno trasformabile.
Certe volte tendiamo a pensare che questo paese non abbia il livello di civiltà necessario per produrre, e soprattutto per mantenere, una certa qualità della cosa pubblica. Le buone ragioni per pensarlo non mancano. Però non è sempre vero. Correndo sui sentieri della pineta, vedendo i tavoli e le panche delle aree picnic perfettamente in ordine, i casotti con i bagni e l’acqua fresca che portano addosso i loro forse cinquant’anni e stanno ancora benissimo, la spiaggia pulita e libera, la quantità enorme di persone che questo posto riesce ad accogliere senza dare mai la sensazione dell’affollamento o dell’overtourism, viene da pensare che ogni tanto siamo capaci anche noi.
Il dispositivo, visto da dentro, è di una semplicità disarmante. Strada, parcheggi, accessi pedonali, pineta, duna protetta, spiaggia prevalentemente libera, mare. Sei chilometri. Il Comune non monetizza il fronte mare con una sequenza continua di stabilimenti: concentra i servizi, e la rendita, in pochi nodi dietro la duna, dati in concessione. È quasi l’inverso della Versilia, dove il demanio viene frammentato in concessioni che privatizzano di fatto la spiaggia. Qui la continuità dello spazio collettivo resta, e il valore commerciale dei pochi concessionari è prodotto in larghissima parte dalla gratuità di ciò che sta intorno. Detto brutalmente: il chiringuito vale perché esistono sei chilometri di Rimigliano libero. Non il contrario.
Ed è qui che la faccenda si fa interessante, perché quei pochi nodi non si somigliano per niente. C’è la locanda di cui ho già detto, con la sua autenticità un po’ ruvida che viene prima di qualsiasi prodotto. C’è il Lago Verde, chiringuito dei rastamani toscani, luogo meraviglioso di good vibes dove la spiaggia continua semplicemente sotto una tettoia e l’atmosfera la fanno le persone più del gestore. E c’è, da poco, il CircaCirco alla Torraccia, che è tutt’altra cosa: placemaking commerciale fatto con mestiere, marca, luci, programmazione, un posto che si propone come destinazione anche per chi in spiaggia non ci va. A San Vincenzo se ne discute parecchio, e non sta a me — ospite e turista — entrare nel merito. Ma sono tre interpretazioni molto diverse dello stesso patto: al privato una posizione privilegiata dentro un bene pubblico, in cambio di un canone e di qualche obbligo di servizio. E tre risposte diverse alla stessa domanda, che è quella che mi interessa: quanta intensità può ospitare un parco nato per offrire il minimo indispensabile, prima che sia il parco a diventare la scenografia di qualcos’altro?
Non è più il problema di difendere il suolo dalla costruzione. È il problema, più sottile, di governare gli usi dentro un bene pubblico che ormai c’è: una versione nuova dello stesso problema che Rimigliano si porta dietro da mezzo secolo, e che chiunque faccia questo mestiere si porta dietro tutti i giorni.

Alla fine di quest’estate lavorativa — passata, per l’appunto, a fare un piano regolatore — dovendo scegliere dove infilare poco più di un weekend di mare, di quelli che servono ad avere addosso quel sapore che sale sulla pelle senza il quale un settembre non è un vero settembre, non potevamo che tornare qui.
E allora, riapriamo Google Earth. Dall’alto si vedono benissimo i sei chilometri di verde e la costa che non si costruisce. Si vede il disegno. Non si vedono la delibera del 1970, i sindaci, gli acquisti, la transazione con i Della Gherardesca, i piani coordinati. La mappa restituisce sempre l’esito e mai la decisione, ed è per questo che le mappe sono così riposanti e le riunioni così faticose.
Il miracolo, insomma, non è il plotter che disegna i confini comunali uno dopo l’altro. Il miracolo è che qualcuno, cinquant’anni fa, abbia deciso quali confini disegnare, e che qualcun altro dopo di lui non l’abbia disfatto.
Magari tra cinquant’anni qualcuno correrà in un pezzo di Torino su cui stiamo lavorando adesso e si chiederà, per un attimo, cosa mai abbia reso possibile quella cosa lì. E magari non troverà la risposta. Andrà benissimo così: vorrà dire che ha funzionato.