Nel l’estate del 1993, per ragioni che non sono del tutto in grado di ricostruire, io e Davide (a.k.a. il Pablo) disertammo il viaggio di maturità della nostra compagnia – l’usuale periplo delle isole greche – e prendemmo un treno per Barcellona. Quelle settimane nella città di Pepe Carvalho (mia principale àncora spagnola a quei tempi) e nei paesini della Costa Brava più remota furono l’inconsapevole inizio di un legame ancora oggi vivissimo.
L’estate successiva, dopo il primo anno di università, mettemmo insieme una strampalata e divertentissima compagine di amici vecchi e nuovi e noleggiammo un pulmino da nove con cui ci lanciammo in un viaggio picaresco che toccò la gran parte delle città iberiche. Poi, nel settembre 1996 mi trasferii a Valladolid per il mio Erasmus – che prima dei telefonini e delle low cost era un’esperienza molto più immersiva di quanto non sia ora – e imparai la lingua e le usanze del popolo di Cervantes.
Nell’estate del 1998 partimmo da Saint-Jean-Pied-de-Port con biciclette e fisici del tutto inadeguati ai mille e più chilometri che ci aspettavano per arrivare a Santiago de Compostela e percorremmo per traverso tutto il nord del paese. E con Roberta decidemmo il tema della tesi: tre ostelli sul Camino de Santiago, che progettammo però a Siviglia, seguiti da un giovane omonimo docente (si chiamava Santiago, non Camino…).
Certo, nel frattempo l’Austria era entrata di prepotenza nella mia vita, spostando – o, meglio, allargando – il baricentro delle mie geografie, ma le occasioni non sono mancate – dal gemellaggio degli Ordini Madrid-Milano alle vacanze con il Michi, alla senile infatuazione per Mallorca – per mantenere vivo il legame con quella terra e per conservare là tanti amici.
Insomma, la Spagna – con la sua lingua, la sua cucina, la sua letteratura, la sua musica, la sua cultura – è rimasta una patria dell’anima.
Vabbè, tutto questo per dire ¡Que viva España!