Io, mio padre, l’avvitatore elettrico e l’intelligenza artificiale

A volte mi capitava di fare piccoli lavori di bricolage con mio padre: montare un mobile IKEA, aggiustare qualcosa in casa. Si trattava sempre di operazioni piuttosto semplici: nessuno dei due era particolarmente portato, né tantomeno appassionato (il mio amore per il bricolage arriverà molto più tardi, sarà eminentemente teorico e legato a quel meraviglioso passaggio del Pensiero Selvaggio di Lévi-Strauss, ormai pietra angolare della mia visione del mondo). In quelle situazioni, mi colpiva sempre una cosa, il più delle volte facendomi arrabbiare. Avevo la sensazione che per mio padre esistesse una sorta di misura implicita della fatica, quasi un criterio morale o estetico. Come se il lavoro dovesse opporre una certa resistenza per avere valore. Non era qualcosa di dichiarato, ma emergeva nei dettagli: nel modo in cui stringeva una vite, nella pazienza con cui insisteva su un passaggio. Strumenti che avrebbero reso tutto più veloce — un avvitatore elettrico, per esempio — sembravano infastidirlo. Non perché fossero inutili, ma perché, in qualche modo, toglievano qualcosa. Riducevano la fatica, certo, ma forse nella sua percezione riducevano anche il controllo, l’aderenza diretta al gesto. Come se tra la mano e il risultato si inserisse un elemento che semplificava l’operazione, ma allo stesso tempo ne attenuava il significato. All’epoca non ci pensavo troppo. Mi sembrava semplicemente un modo diverso di fare le cose, forse legato a un’abitudine o a una generazione. Oggi, invece, mi sembra che in quella piccola resistenza ci fosse qualcosa di più. Una relazione tra sforzo e valore che non riguardava solo il montare un mobile, ma un modo più generale di stare nel mondo. Ed è una relazione che, in forme diverse, oggi si sta profondamente trasformando.


In molti ambiti della vita contemporanea si sta aprendo una tensione sempre più evidente tra sforzo e tecnologia. I mutamenti sono rilevanti, basti pensare alla medicina o all’intelligenza artificiale, in sostanza, alla tecnica e alla tecnologia. E quindi riguarda il corpo, il lavoro, l’apprendimento, la produzione culturale. Riguarda, più in generale, il modo in cui attribuiamo valore alle azioni umane.

Per lungo tempo, il valore è stato associato allo sforzo. Non solo al risultato, ma alla fatica necessaria per raggiungerlo. Studiare, allenarsi, progettare, scrivere: attività il cui significato era inseparabile dallo sforzo – e, quindi, dalla forza di volontà e dalla resistenza – che richiedevano. La difficoltà non era un incidente, ma una componente costitutiva dell’esperienza. In questa prospettiva, ciò che conta non è soltanto ciò che si ottiene, ma come lo si ottiene.

Oggi questo schema entra in una tensione nuova.

L’accesso sempre più diffuso a tecnologie capaci di intervenire direttamente sui processi — cognitivi, biologici, produttivi — modifica le condizioni di partenza. Alcune forme di fatica vengono ridotte, altre aggirate, altre ancora trasformate. Non si tratta semplicemente di strumenti che velocizzano ciò che già esisteva, ma di dispositivi che ridefiniscono il rapporto tra intenzione e risultato. Di fronte a questa trasformazione emergono reazioni opposte. Da un lato, una posizione che potremmo definire conservativa, che vede in questi strumenti una perdita di autenticità: se il risultato è ottenuto con meno sforzo, perde valore. Dall’altro, una posizione tecnica, che li considera espressione naturale del progresso: strumenti più efficaci che consentono di migliorare la qualità della vita e del lavoro.

Entrambe le letture colgono un aspetto reale, ma nessuna delle due è sufficiente. Da un lato si rischia di scadere in una forma di sterile luddismo, dall’altro di aderire acriticamente alle lusinghe del futuro: in sostanza, il solito vecchio dilemma tra apocalittici e integrati (mamma mia quanto ci manca Umberto Eco).

Forse, però, il punto non è che lo sforzo scompaia. Piuttosto, come cambi natura. Come si sposti e diventi meno visibile. Quando una parte del processo viene delegata a una tecnologia, se non si vuole rinunciare ad avanzare e innovare, ciò che resta non è il vuoto, ma un altro tipo di lavoro: definire le domande, scegliere le direzioni, valutare le alternative, assumersi la responsabilità delle decisioni. Si riduce la fatica meccanica, ma cresce quella strategica. Si attenua l’attrito in alcune fasi, ma aumenta l’esigenza di consapevolezza complessiva. È in questo spostamento che si ridefinisce anche il valore.

Se in passato il valore di un’operazione che avremmo definito qualitativa era legato soprattutto alla capacità di produrre direttamente — di fare da soli, di controllare ogni passaggio — oggi potrebbe diventare la capacità di governare sistemi complessi, di integrare strumenti diversi, di orientare processi che non sono più interamente sotto il controllo individuale. Non è una misura meno esigente, ma è più difficile da riconoscere. Questo ha conseguenze profonde.

Nella formazione, ad esempio, non è più sufficiente valutare il risultato finale: occorre comprendere il percorso che lo ha generato, la qualità delle scelte, il grado di autonomia nel pensiero. Nelle professioni, la competenza non coincide più con l’esecuzione, ma con la capacità di costruire e dirigere configurazioni operative articolate. Anche nella vita quotidiana, il rapporto tra autonomia e dipendenza si fa più ambiguo: l’aiuto è sempre più disponibile, ma anche più pervasivo. E il valore forse sta nell’inquadrare il supporto che tecnica e tecnologia ci danno in un progetto di noi stessi.

In questo contesto, la questione non è se sia legittimo farsi aiutare, ma come. Se rifiutiamo l’aiuto, perdiamo un’occasione che il progresso ci concede, se l’aiuto sostituisce completamente il processo, rischia di svuotare l’esperienza. Se invece l’aiuto viene integrato in modo consapevole, può renderci più efficaci senza privare di significato la nostra azione. Forse è qui che si colloca il punto più delicato di questa fase. Non stiamo semplicemente riducendo lo sforzo. Stiamo cambiando il modo in cui lo distribuiamo. E, in una certa misura, stiamo imparando che il valore non risiede più nella quantità di fatica visibile, ma nella qualità delle scelte — spesso invisibili — che decidono dove, come e perché vale ancora la pena faticare. Forse dovremmo procedere proprio in questa direzione, anche se non mi è ancora del tutto chiaro come.


Volendo poi aggiungere un altro livello di lettura, c’è un’altra questione importante che riguarda questa trasformazione. Le tecnologie, riducendo alcune forme di fatica, introducono un elemento nuovo: la possibilità di scegliere. Non tanto se faticare o meno — perché una qualche forma di sforzo resta sempre necessaria — ma su cosa valga la pena faticare. In questo senso, lo sforzo smette di essere soltanto un vincolo imposto dalla realtà e diventa, almeno in parte, una decisione.

Mi capita spesso di pensarci facendo lavorando. Ci sono passaggi che oggi potrebbero essere svolti in modo molto più rapido, delegati a strumenti capaci di restituire risultati immediati e plausibili. E tuttavia, in alcuni casi, continuo a scegliere deliberatamente un processo più lento, più diretto. Disegnare a mano con le mie amate squadrette verdi, ricalcare pazientemente un pezzo di città, costruire una rappresentazione senza scorciatoie, limare accuratamente le parole di un testo: sono operazioni che richiedono tempo e concentrazione, e che potrebbero essere evitate. Ma è proprio attraverso quella lentezza, attraverso quella ripetizione quasi ostinata del gesto, che si produce una comprensione più profonda. Non solo dell’immagine finale, ma del fenomeno spaziale che si sta cercando di controllare e trasformare. In questi casi, la fatica non è un residuo del passato. È uno strumento cognitivo. Una scelta.

E poi c’è un altro tema, non meno centrale. L’accesso a queste forme di aiuto non è neutrale. È legato a risorse economiche, a competenze, a contesti. Come spesso accade, ciò che nasce come opportunità rischia di trasformarsi in un nuovo fattore di disuguaglianza. Chi ha accesso agli strumenti più avanzati può ridurre alcune fatiche e concentrarsi su altre, più strategiche. Chi non ne dispone resta vincolato a processi più lenti, più onerosi, meno competitivi. Il rischio è che si apra un ulteriore divario, meno visibile ma non meno incisivo: tra chi può scegliere le proprie fatiche e chi è ancora costretto a subirle.

Naturalmente, va da sé: questo Paolone è stato scritto interagendo intensamente con l’Intelligenza Artificiale.

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