CAPITALI TORINESI #01
Qualche giorno fa ero a Verona, ospite dell’Ordine degli Architetti, a raccontare il lavoro che stiamo facendo sul Piano Regolatore Generale di Torino. È stato un convegno denso e interessante, con – tra gli altri – Giordana Ferri di FHS, Matteo Pedaso di LAND e Lorenzo Bellicini del CRESME. E, naturalmente, Paolo Galuzzi che sta lavorando sul Piano della città.
Lorenzo Bellicini, che è intervenuto dopo la mia presentazione, snocciolando numeri sull’Italia che si spopola e sulle città che al contempo diventano inaccessibili, ha lanciato un’idea, quasi en passant: Torino dovrebbe candidarsi a capitale italiana dell’housing affordability, il miglior rapporto del Paese tra costo della casa, redditi, qualità della vita e servizi.
Ci ho pensato per tutto il viaggio di ritorno. Più ci pensavo, più mi convincevo che i numeri ci sono — e sono migliori di quanto a Torino siamo abituati a riconoscere — anche se la cornice giusta, in italiano, è forse un’altra.

I numeri, prima di tutto. A fine 2025, secondo Immobiliare.it, a Torino si compra casa in media a 2.077 euro al metro quadro e si affitta a 12,20 euro mensili al metro quadro. Una famiglia monoreddito può accedere al 47% delle abitazioni in vendita nella nostra città — una soglia che, nelle altre grandi città italiane, scende sotto il 10%. Per gli affitti la quota torinese accessibile a un solo reddito è del 29%, in un Paese in cui altrove il monoreddito è di fatto escluso dal mercato. Una coppia con due redditi, a Torino, può scegliere tra tre case su quattro. La retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti, secondo l’indagine 2025 del Sole 24 Ore, colloca la nostra provincia all’ottavo posto in Italia. Mettete insieme questi numeri e troverete una città dove la vita può ancora cominciare, le radici mettersi, le famiglie costruirsi.
Affordability, però, in italiano a me sembra scivolare verso lo sconto e la consolazione. Funziona, forse, per la casa: i termini housing affordability e casa abbordabile sono stati ampiamente utilizzati da importanti esperti del settore e sono parte ormai del discorso tecnico e disciplinare. Io credo che non rendano però giustizia a quello che Torino è e a quello che può diventare. La cornice giusta — politicamente, civicamente, urbanisticamente — è forse un’altra: Torino, capitale italiana del diritto alla città.
E lo scrivo proprio nel senso preciso che Henri Lefebvre dava a questa espressione, anche se a volte si è un po’ edulcorato: non soltanto il diritto ad avere un tetto, ma il diritto a partecipare pienamente alla vita urbana — ai suoi servizi, ai suoi spazi pubblici, alla sua cultura, alle sue opportunità. Il diritto, in altre parole, ad abitare la città e non soltanto a starci dentro.
È una promessa che riguarda la casa, ma guarda oltre la casa. Riguarda un patto: che chi sceglie Torino — per nascita o per arrivo — possa accedere ai servizi essenziali, costruire un percorso professionale, mettere insieme un progetto di vita senza che la rendita immobiliare se lo mangi prima. È la città intesa come condizione di possibilità.
Da qui si capisce perché parlare di diritto alla città non sia retorica ma programma di lavoro. Il nuovo Piano Regolatore Generale di Torino è costruito, anche e soprattutto attraverso i quartieri e le centralità, intorno all’idea di città equipotenziale: la qualità urbana — verde, scuole, trasporto pubblico, presidi sanitari, cultura e soprattutto lo spazio pubblico — non come privilegio delle aree più fortunate ma come dotazione diffusa, esercitabile in Mirafiori come in Vanchiglia, in Barriera come in Crocetta. La Linea 2 della metropolitana, per esempio, quando sarà compiuta non sarà soltanto un’opera infrastrutturale: sarà un’architettura del diritto a muoversi, che ridisegna l’accesso alla città intera. Il grande progetto del Valentino, Cavallerizza Reale, Manifattura Tabacchi, le trasformazioni avviate in questi anni non porteranno solo edifici e funzioni, ma anche e soprattutto spazio pubblico.
E poi c’è il lavoro, che del diritto alla città è il fondamento materiale. Una metropoli dove si abita ma non si lavora è una città-dormitorio; una metropoli dove si lavora ma non si abita è una città-vetrina. Torino ha la fortuna e la responsabilità di poter essere ancora una città dove vivere e lavorare. La sua tradizione industriale non è archeologia: è capitale intellettuale e produttivo che si ripensa. La manifattura urbana, l’aerospazio, le scienze della vita, le tecnologie pulite, la ricerca radicata nel Politecnico e nell’Università: sono filoni vivi, non eredità. Le grandi aree industriali che si trasformano in cantieri di innovazione — OGR, Manifattura Tabacchi, l’ex Alenia — sono il modo in cui la città dichiara di voler tornare a essere terra di opportunità per chi ha competenze, idee, energia. Senza lavoro buono, l’accessibilità della casa è solo prezzo basso. Con il lavoro buono, è progetto di vita.
Sarei poco onesto, però, se non dicessi che il quadro non è statico. Da qualche anno alcuni segnali si sono fatti più nitidi: secondo Idealista, ad aprile il canone medio degli affitti ha toccato a Torino il suo massimo storico — 12,8 euro al metro quadro, l’83% in più rispetto al pre-Covid — mentre morosità e sfratti si sono triplicati dal 2022 e gli affitti brevi a uso turistico sono cresciuti del 196% tra il 2022 e il 2024, sottraendo migliaia di alloggi alla locazione stabile. La fascia grigia — chi non accede all’edilizia pubblica e non regge il mercato privato — si allarga, e in alcuni quartieri l’affitto arriva a pesare per oltre la metà di uno stipendio medio. Sono dinamiche che, lasciate a sé stesse, eroderebbero in pochi anni proprio il vantaggio da cui siamo partiti.
Il Consiglio Comunale, approvando il luglio scorso il Piano Abitare, ci ha indicato chiaramente la strada. E, con Jacopo Rosatelli e Michela Favaro, abbiamo iniziato a percorrerla: una strategia trasversale tra politiche sociali, patrimoniali, del lavoro e strumenti urbanistici, costruita con il Terzo Settore, le fondazioni bancarie, gli inquilini e i proprietari; dal potenziamento dell’agenzia Lo.C.A.Re. alla guida delle trasformazioni. E per questo il nuovo Piano Regolatore introduce misure specifiche: una quota obbligatoria di residenza calmierata per i nuovi grandi interventi residenziali, incentivi per la sua realizzazione, supporto per gli interventi diresidenze studentesche, senior housing, cohousing solidale, censimento sistematico del patrimonio sfitto, una riflessione seria sugli affitti brevi. Non sono misure sufficienti da sole, e non lo nego. Ma poggiano su qualcosa che Torino ha conservato come poche città italiane: una tradizione di housing sociale che non si è mai interrotta, un’agenzia pubblica per la locazione attiva dal 2000, una rete tra Comune, Terzo Settore e fondazioni bancarie che da qui passa per davvero. È questo il capitale civico — paziente, disciplinato, non importato — che ci permette oggi di rispondere alla pressione senza ripartire da zero.
Serve fare di più, e in fretta. Perché Torino possa essere davvero la capitale del diritto alla città occorre che il pubblico sia protagonista nel governo delle dinamiche urbane, non comprimario: una guida delle dinamiche di trasformazione che sappia essere ferma nel perseguire l’interesse generale e gli obiettivi della città, ma adattiva nella modalità di accompagnare i processi. Così abbiamo immaginato il Piano. In un processo che porti alla città, mano a mano, ciò che le serve: servizi di prossimità — asili, medici di base, biblioteche, sportelli, presìdi culturali — distribuiti nei quartieri con la stessa cura con cui si pensano le grandi opere, spazi pubblici di qualità, nuove aree ecosistemiche. E serve mettere la sicurezza urbana e la qualità dell’aria in cima all’agenda, perché nessun diritto alla città è esercitabile in strade che si temono o in aria che fa male. Serve, infine, una politica della casa per gli abitanti di oggi e per quelli di domani, per le famiglie – in tutti i sempre più vari formati che questo termine ha oggi assunto – e per gli studenti e i giovani lavoratori perché, senza di loro, la città non si rinnova.
Il diritto alla città non è uno slogan. È un programma. Torino parte da una posizione che molte grandi città italiane non hanno più: una metropoli dove la vita è ancora possibile per chi non parte con un patrimonio. Trasformare questa possibilità in diritto — esigibile, distribuito, esteso a chi nasce qui come a chi sceglie di venirci — è uno dei compiti politici e progettuali del Piano Regolatore che abbiamo adottato.
Perché vale la pena darsi una cornice all’altezza dell’ambizione.
🎵 Colonna sonora: This Land Is Your Land, Woody Guthrie — per me nella version di Bruce Springsteen live al Los Angeles Memorial Coliseum, 30 settembre 1985, integrale, con le strofe che di solito si tagliano, in atteso che il Boss ce la regali anche in duetto con Tom Morello.