Io, Pepe, Manolo e Carlin

Mi sono concesso un piccolo lusso: siamo scappati per il fine settimana, io e la Chrissi, nell’appartamento di famiglia al mare. Così questa mattina ho fatto la lunga passeggiata che faccio sempre quando siamo a Chiavari. Sono passato dal centro, ho comprato un pezzettino di focaccia dal mio panettiere preferito e dei ravioli di pesce al Pastificio Vecchie Mura. Al mercato in piazza, da una contadina, ho preso dei pomodorini e un mazzetto di maggiorana.

Ho soffritto leggermente uno spicchio d’aglio nell’olio ligure che teniamo qui, ho aggiunto i pomodorini, la maggiorana e un po’ di scorza di limone, e ho preparato un sugo fresco e saporito per i ravioli, che già di per sé erano favolosi. Un pranzetto da re, gustato con particolare piacere dopo l’impegnativa dieta che salute ed età mi hanno energicamente convinto a fare.

Cucinare e mangiare, cercare di cucinare bene, mangiare cose buone — i prodotti della terra, i cibi della tradizione — è uno dei grandi piaceri, uno dei pilastri principali della mia vita. E probabilmente non sarebbe così se molti anni fa Pepe, dopo aver ritualmente acceso il fuoco nel suo caminetto con uno dei suoi libri, non mi avesse accompagnato nella sua cucina. E se la mia scoperta del mondo — quella che avviene quando finalmente hai una patente e un’automobile — non fosse avvenuta con in mano una delle Guide alle Osterie di Carlin.

Nella mia educazione di famiglia piccolo-borghese di sinistra, il cibo era una necessità da espletare, sempre grati che ce ne fosse, memori ancora — anche se ormai benestanti — della fame patita dagli avi contadini e dai nonni durante la guerra. Grati, ma non al punto di goderne, per non oltrepassare la sottile linea tra necessità e vizio. Il ristorante era un luogo raro per le grandi occasioni, comunque più vicino a un dovere che a un piacere.

Poi, grazie all’abbonamento al club dei lettori di mia madre, ci trovammo in casella Il centravanti è stato assassinato verso sera di Manuel Vázquez Montalbán, e facemmo amicizia con Pepe Carvalho, strampalato investigatore barcellonese che bruciava libri e cucinava manicaretti. E più o meno nello stesso periodo affiancammo all’imperitura Guida Verde del Touring — che ci accompagnava nelle agostane visite forzate a musei e monumenti — la Guida alle Osterie per decidere dove andare a mangiare.

Fu così che anche noi, gente semplice di sinistra, riscoprimmo il piacere della buona tavola, della cucina, dei prodotti di qualità. Una vera rivoluzione.

Pepe e Manolo ci hanno purtroppo lasciato da molto tempo, e ci mancano molto. Ora se n’è andato anche Carlin.

Personalmente, non sempre ero d’accordo con quello che diceva Carlin Petrini. Non mi convinceva in particolare la vena nostalgica che sembrava rimpiangere un’età dell’oro in cui il cibo era sano, buono e naturale: in verità, nel passato della maggior parte delle nostre famiglie c’erano piuttosto scarsità, fame e pellagra. E pativo (sempre patisco, anche se a volte ammiro) certe sue posture radicali. Ma più delle parole contano le azioni, e non possiamo non riconoscere alla vicenda che dal Gambero Rosso — attraverso Arcigola, Slow Food, Terra Madre e l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo — ci ha accompagnati fino a oggi, il merito di aver cambiato radicalmente il nostro modo di mangiare, e quindi il nostro modo di stare al mondo.

Di tanti mitomani della sua generazione che hanno preteso di cambiare il mondo, e a volte perfino asserito di averlo fatto, Carlin Petrini è forse stato uno dei pochi veri, grandi rivoluzionari.

Addio Carlin, che la Terra ti sia lieve e sia feconda.

Da leggersi, possibilmente, con in sottofondo Bartali di Paolo Conte e Polvere di gesso di Gianmaria Testa, che anche purtroppo ci ha lasciato e che di Petrini era buon amico. Due piemontesi, per salutare Carlin.

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