Map of a Blue City

Marc Ribot è, credo, il mio chitarrista preferito.

In queste cose è difficile fare classifiche: ci sono tanti chitarristi che amo. Clapton, B. B. King, George Harrison, Mark Knopfler, Stevie Ray Vaughan, John Frusciante, Dan Auerbach, Tash Sultana, John Mayer. E poi Jimi Hendrix, Buddy Guy, Steve Cropper, Muddy Waters, Johnny Winter… mamma mia, quanti sono quelli bravi, e chissà quanti me ne sono dimenticati. Poi ci sono musicisti che adoro, e che in fondo sono pur sempre chitarristi: Lou Reed, Bruce Springsteen, Frank Zappa, ma anche Jack Johnson. E non ho neanche sfiorato il capitolo jazz: John Scofield, John McLaughlin, Pat Metheny, Django Reinhardt, Wes Montgomery, Jim Hall o Bill Frisell. E uno come Robert Fripp, poi, dove lo metti? Anche solo per i video che posta dalla cucina con la moglie Toyah Willcox, spesso in déshabillé: una vetta di arte domestica surreale e adorabile. E Bombino? Ci sono stati momenti in cui me ne sono fatto una vera e propria malattia.

Ma il chitarrista preferito non è il più bravo, o il più rilevante, o quello che in un certo periodo hai ascoltato più ossessivamente: è qualcosa di diverso. È quello che quando suona fa vibrare le corde della tua anima, come Metheny faceva con il secondo layer della sua Pikasso. È quello che ti fa venire la pelle d’oca – o, meglio ancora, ti fa accapponare la pelle (che espressione magnifica, che ti trasforma in un ex-pennuto spennato, appeso per i piedi e pronto per essere cucinato) come l’Orgasmatron, che tu lo voglia intendere come il massaggiatore da cuoio capelluto che vendono gli ambulanti per le strade o come la letale arma di Barbarella. È quello che ti afferra il cuore e te lo strappa dal petto, come Mola Ram nei sotterranei del palazzo di Pankot.

Ecco: per me, quello lì è Marc Ribot.

Per me il suono della Fender Jaguar di Marc Ribot in Jockey full of bourbon di Tom Waits (o in Corre il soldato di Capossela) è IL suono, quello che vorresti saper riprodurre, quello che si forma nella tua testa quando vedi una chitarra elettrica e un amplificatore. Per me il fraseggio esitante del mancino che si è ritrovato a suonare la chitarra da destro, costretto a supplire con la testa agli inciampi della mano recalcitrante, è IL fraseggio, quello che vorresti saper improvvisare nei soli della band che non hai, perché in verità mica sai suonare.

Marc Ribot…

Marc Ribot l’eclettico che devi inseguire senza farti domande. Quando esplora terreni che non sapevi inesplorati con i Ceramic Dog, quando reinventa il son montuno di Arsenio Rodriguez con Los Cubanos Postizos, quando ripesca il soul anni Settanta con The Young Philadelphians, “Stuck in the groove like a scratch in your favorite record”. E soprattutto quando era parte di quella cosa mitica e mistica che erano i Lounge Lizard.

Marc Ribot l’impegnato (e non affettatamente engagé) che incide un disco di canzoni di resistenza e ci mette dentro Bella Ciao cantata con Tom Waits, che posta la sua tessera dell’ANPI, che porta da qualche anno gli occhiali da presbite sulla punta del naso come il professore di filosofia che avresti voluto avere.

Marc Ribot il versatile che ha suonato e inciso con Tom Waits, John Zorn, con il nostro Vinicio Capossela, con Caetano Veloso e con una lista quasi infinita di altri grandi artisti.

Ecco, oggi, 23 maggio 2025, il mio (nostro) Marc Ribot lì è uscito con il nuovo disco. Un disco proprio disco, dove Marc arrangia, scrive e – soprattutto – canta come e quanto forse mai ha fatto prima. L’ho ascoltato subito, naturalmente, e mi è piaciuto molto. Ma lo ri-ascolterò con calma, che Marc Ribot non è cosa da prendersi alla leggera. Ma intanto non posso non notare il titolo meraviglioso e ancora una volta per me meravigliosamente risuonante, di questo album: Map of a blue city. Il titolo che avrei voluto pensare io per l’album che non ho mai inciso con la band che non ho… perché, come dicevo, mica so suonare.

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