Pubblicato su Il Corriere della Sera Torino di martedì 21 ottobre 2025.
Che a Torino si torni a discutere di urbanistica e di futuro della città è una buona notizia. Critiche, proposte e contributi sono preziosi in questa fase e vanno ascoltati con particolare attenzione, perché non possono che arricchire il Piano che stiamo finalizzando. Raccogliamo quindi con responsabilità i molti inviti alla concretezza e alla velocità, i moniti all’inclusività e all’equità del Piano, le esortazioni a farci carico, proprio a partire dal Piano, dell’efficacia di tutta la macchina amministrativa. Meno interessante è quando la discussione procede per pregiudizi e con categorie obsolete, con toni da resa dei conti e una certa nostalgia per un mondo che non c’è più. Si può criticare un Piano, ci mancherebbe – anzi, è proprio a questo che serve presentarlo e discuterlo prima dell’approvazione. Ma per farlo bisognerebbe, prima di tutto, conoscerlo.
Il Piano che abbiamo raccontato martedì scorso è il frutto di tre anni di lavoro pubblico, di decine di incontri, di confronti con ordini, università, associazioni, sindacati, operatori e soprattutto con i cittadini. Stupisce quindi leggere di un Piano comparso dal nulla. Si è trattato di un processo complesso e aperto, che ha fatto della conoscenza condivisa la propria base. Nei prossimi mesi si entrerà nella fase decisiva, quella politica, con la discussione pubblica e con l’approdo in Consiglio Comunale – luogo per eccellenza del dibattito democratico e della sintesi istituzionale. Insomma: tutto tranne che un Piano calato dall’alto e a sorpresa.
Leggiamo anche di rooftop e di rendering, di prosecco e agnolotti, di mixité come se fosse un vezzo linguistico, di Bloomberg come se un think tank americano avesse preso il posto dell’Amministrazione comunale. È un racconto suggestivo, ma poco pertinente. E soprattutto rivelatore di un riflesso antico: quello di chi guarda ogni cambiamento come una minaccia. La verità è più semplice. Il nuovo Piano Regolatore nasce prima di tutto, come dicevamo, da un lungo lavoro pubblico, aperto e trasparente. E non delega la pianificazione al mercato, ma restituisce alla Città la capacità di indirizzarlo. Non abbandona la tradizione torinese dell’urbanistica pubblica, la rinnova per un tempo che non è più quello della città fordista né dei piani onniscienti.
Chi evoca una passata età dell’oro dimentica che proprio quella stagione, gloriosa ma chiusa, ha lasciato in eredità tanto brani di città di grande qualità quanto migliaia di ettari dismessi e un patrimonio urbano che oggi richiede nuove forme di cura. Le Figure di Ricomposizione Urbana, per esempio, non sono uno slogan ma un modo per rimettere insieme ciò che è stato separato: le parti di città, i tempi, le energie. Sono un atto di responsabilità, non un vezzo semantico. I Quartieri e le Centralità non sono esercizi retorici, ma dispositivi concreti per monitorare e pianificare la vicinanza dei servizi ai cittadini e per proteggere i luoghi più delicati della città, non solo in centro. E quanto a Bloomberg, al Politecnico e agli altri che ci hanno affiancato in questo viaggio, il loro ruolo è quello che dovrebbe avere ogni alleato: offrire competenze, non sostituirsi a nessuno. Pensare che Torino non sappia governarsi senza il sostegno di una fondazione estera è un modo curioso di difendere l’autonomia pubblica.
Ciò che davvero colpisce, però, non è l’imprecisione di certe critiche, ma il loro tono malinconico. Torino non si difende chiudendosi: si difende aprendosi. E un Piano Regolatore, oggi, serve esattamente a questo – a dare forma e regole a un cambiamento che comunque avverrà. Che i cittadini non siano silhouette da rendering lo sappiamo bene: li incontriamo ogni giorno, nelle strade, nei mercati, nei quartieri dove il Piano prova a riportare funzioni, servizi, spazi pubblici e occasioni di lavoro. Non li pensiamo come consumatori più o meno felici, ma come persone reali, con bisogni concreti e inquietudini legittime. È proprio a loro che il Piano si rivolge: non per rassicurarli con una città che, rifuggendo il cambiamento, non offrirebbe loro alcuna possibilità di crescita, ma per costruirne con loro una più giusta, viva e accessibile.
Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi il Piano sarà discusso pubblicamente. Avremo occasione di scendere nel dettaglio delle politiche e dei dispositivi, a partire dai dati e dalle letture, fino alle norme di attuazione, ai meccanismi perequativi e alle tavole conformative: strumenti apparentemente da addetti ai lavori, ma cruciali per comprendere l’impatto reale del Piano. E poi il Piano dovrà essere discusso e approvato dal Consiglio Comunale, luogo che come dicevamo rappresenta la pluralità della città e ne custodisce la sovranità democratica. È lì che si confronteranno le diverse visioni. Nel frattempo, il dibattito nella società civile è utile se aiuta a capire e a formare opinioni – anche critiche – non se semplifica e perpetua pregiudizi. E serve ancora di più se aiuta Torino a liberarsi della propria nostalgia e a tornare una città capace di dare spazio e voce a chi la tiene viva ogni giorno – chi lavora, studia, cresce i figli, cerca di restare, di migliorarsi – e alle molte persone che oggi esprimono inquietudine, perché possano trovare in città opportunità nuove. A loro, più che ai rendering o ai proclami, il Piano parla davvero.