Piccoli ospiti

Per alcune estati, tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, ospitammo, nella casa vacanze che la mia famiglia gestiva nelle Prealpi Bergamasche, molti bambini e bambine e ragazzi e ragazze seguiti dai servizi sociali. La cosa, nata per caso, era cresciuta negli anni: gli assistenti sociali, probabilmente, trovavano preziosa l’opportunità di concedere ai ragazzi qualche settimana di vacanza dall’essere “speciali”. Per quella ventina di giorni erano solo bambini e bambine tra altri bambini, ragazzi e ragazze tra altri ragazzi. Stesse partite di pallone, stesse ginocchia sbucciate, stesse chiacchiere nel Prato, stesse cotte in discoteca, stesso risotto giallo della Pierina.

Per me, prima ragazzino e poi giovanissimo adulto cresciuto nella bambagia di una solida famiglia progressista della piccola borghesia milanese, frequentare quei ragazzi e quelle ragazze fu una straordinaria occasione di scoperta. Ma quello che, più di tutto, tutti noi imparammo è quanto sia difficile comprendere dall’esterno le complesse situazioni che a volte si creano, quanto sia sbagliato giudicare frettolosamente e sommariamente le difficili scelte che deve prendere chi è incaricato di aiutare.

Per questo trovo terribile e doloroso assistere alla polemica sommaria e faziosa che si è sviluppata sui giornali e sui social intorno alla vicenda della famiglia di Palmoli. Forse ancora di più oggi, nell’era informazione globale e dell’impossibile oblio, dovremmo tutti riflettere sul confine delicato e critico tra sacrosanto diritto all’informazione (e quello più discutibile al voler sempre e comunque dichiarare al mondo la propria opinione) e il non meno importante rispetto per le vite degli altri, soprattutto dei più fragili.

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