The friendliest place on earth

New York City, Mr. Dundee. Home to seven million people.
That’s incredible. Imagine seven million people all wanting to live together. Yeah, New York must be the friendliest place on earth!
Crocodile Dundee, USA, 1986

Se Parigi è stata, nel XIX secolo, la città che ha modellato l’immaginario della modernità europea — la capitale dei boulevard, delle rivoluzioni, della vita pubblica come teatro — New York è stata la città del XX secolo per eccellenza. La città verticale, finanziaria, migrante, tecnologica; la città della mescolanza e del conflitto, del sogno e della disuguaglianza. La città dove le forme della vita urbana si sono reinventate più volte, spesso prima che altrove.

Per questo l’elezione di un nuovo sindaco a New York non è solo un fatto amministrativo. È un cambiamento che parla al mondo, perché New York è stata — e ancora è — un laboratorio politico e urbano globale: un luogo dove idee diverse, e spesso opposte, si sono alternate nel governo della città, lasciando ognuna un’impronta visibile nello spazio, nelle comunità, nell’immaginario.

Negli anni della Grande Depressione, con Fiorello La Guardia (Repubblicano, sostenuto da una coalizione riformista anti-Tammany), la città divenne laboratorio del New Deal urbano: edilizia pubblica, servizi, infrastrutture, l’idea che il governo locale potesse essere motore di sviluppo e coesione. Nel dopoguerra, con Robert F. Wagner Jr. (Democratico), New York fu capitale urbana del welfare municipale e del riconoscimento delle comunità afroamericane, portoricane e dei sindacati come soggetti politici della città. Negli anni delle tensioni razziali e delle rivolte urbane, John Lindsay (eletto come Repubblicano liberal con l’appoggio del Liberal Party, poi passato al Partito Democratico) tentò per la prima volta una democrazia metropolitana dialogica e multi-etnica, governando attraverso la negoziazione sociale. Quando la città arrivò sull’orlo della bancarotta, Ed Koch (Democratico) guidò una lunga ricostruzione finanziaria, ridefinendo il rapporto tra amministrazione, mercato immobiliare e spazio urbano. Negli anni Novanta, Rudolph Giuliani (Repubblicano) impose una visione securitaria fondata su “law & order” e politiche di controllo dello spazio pubblico: un modello che ha ridotto la criminalità ma ha lasciato ferite civiche e sociali profonde. Nel nuovo millennio, Michael Bloomberg (eletto come Repubblicano, poi Indipendente, infine Democratico) trasformò New York in piattaforma globale dell’innovazione, della finanza e del tech, introdusse la pianificazione strategica ambientale e una nuova idea di densificazione urbana orientata alla sostenibilità. Infine, Bill de Blasio (Democratico) riportò al centro la questione delle diseguaglianze e dell’equità urbana, facendo dell’accesso all’alloggio e dei servizi educativi un terreno esplicito di giustizia sociale.

New York, insomma, non è mai stata una città fedele a una sola identità politica. È stata piuttosto un campo di sperimentazione: progressista o conservatrice, collettiva o competitiva, visionaria o pragmatica.

L’elezione di Zohran Mamdani arriva in un momento in cui la politica americana — e più in generale quella occidentale — sembra oscillare tra due polarità: da una parte la richiesta di protezione e sicurezza, spesso declinata in forme identitarie o nazional-populiste; dall’altra la ricerca di nuovi modelli di cura, redistribuzione, cooperazione urbana.

Non è un caso che questa scelta avvenga proprio a New York: la città che più di ogni altra ha sperimentato nel Novecento l’alternanza tra Stato forte, mercato forte, comunità forti — e che ora torna a interrogarsi su come si costruisce una città abitabile dentro le pressioni globali del nostro tempo: costo dell’alloggio, fragilità del lavoro, migrazioni, clima, sicurezza, salute mentale.

Non credo che Mamdani sia “la risposta” — non credo che nessuno lo sia, oggi. Personalmente condivido molti degli obiettivi che ha messo alla base della sua candidatura, non tutti. E temo che alcuni dei più interessanti e sfidanti troveranno ostacoli importanti (legislativi, economici, culturali) che spero sinceramente potranno essere superati. Comunque sia, mi pare evidente che Mamdani rappresenti qualcosa di chiaro: l’idea che la politica urbana possa tornare ad essere un luogo di invenzione, non solo di amministrazione. E che la sinistra — dopo anni di smarrimento tra pragmatismo e retorica — provi di nuovo a parlare di condizioni materiali, non solo di linguaggi o simboli.

Rispetto allo scenario nazionale americano, è un messaggio interessante: mentre una parte del Paese guarda a Trump come promessa di protezione attraverso semplificazione e forza, New York scommette su un progetto che non semplifica, anzi riconosce la complessità come terreno politico.

Ed è interessante anche rispetto agli equilibri destra-sinistra occidentali: Mamdani non rappresenta un ritorno nostalgico allo Stato novecentesco, e forse nemmeno un municipalismo romantico. La sua elezione è piuttosto il segnale che le città tornano al centro come luoghi dove si può davvero rimettere in discussione la forma del vivere insieme. A volte meglio degli Stati. A volte prima degli Stati.

Da Torino — città che sta provando a costruire una traiettoria propria, fatta di riuso, cooperazione e nuove economie urbane — personalmente guardo questo esperimento con curiosità sincera: New York prova, sbaglia, cambia, riprova. È il suo metodo. Noi abbiamo il privilegio di poter apprendere dai suoi successi e dai suoi fallimenti. E la responsabilità di farlo.

Quindi, mentre qui lavoriamo sul nostro futuro, osserviamo New York. Non in attesa del miracolo — quelli non arrivano — ma per vedere quale forma nuova può prendere una città quando decide, ancora una volta, di immaginarsi diversa.

Questa, dopotutto, è la parte interessante delle città.

Non quando finiscono. Ma quando ricominciano.

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